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lunedì 16 febbraio 2015

Il vino in epoca nuragica



Il vino in epoca nuragica

Il banchetto e il consumo del vino in antichità era un atto conviviale, un momento molto importante. La “ricetta omerica” descrive l’atto della mescita del vino con il miele dentro un cratere, cospargendovi sopra il formaggio di capra e la bianca farina (Iliade XI, 628 e ss.). I Fenici invece consumavano il vino “all’orientale”, mescolandovi erbe aromatiche.

Nei secoli VIII e VII a.C. vi fu una “internazionalizzazione” del consumo del vino in ambito mediterraneo secondo usi e rituali di autorappresentazione delle élites detentrici del potere economico e politico.
Le più antiche attestazioni del consumo del vino sono state rinvenute nei monti Zagros iraniani, nel sito neolitico di Hajji Firuz Tepe. Risalgono alla seconda metà del VI millennio a. C. e sono state evidenziate all’interno della cucina di una casa costruita in mattoni di fango. Un dolio interrato nel pavimento della cucina conservava ancora un deposito giallastro che ha rivelato contenere sali di calcio, acido tartarico ed una resina oleosa di terebinto (Pistacia terebinthus). L’acido tartarico è una delle componenti principali del vino e la resina di terebinto potrebbe essere stata utilizzata per dare un gusto resinoso alla bevanda (come nei vini greci) e soprattutto in funzione battericida, in quanto impedisce lo sviluppo dei batteri che trasformano il vino in aceto.


 
Vale qui la pena di ricordare che la tradizione storiografica, sia pure in forma mito, narra che Aristeo, compagno di viaggio di Dedalo, introdusse in Sardegna la coltivazione della vite,
dell’ulivo e l’allevamento delle api.
In Sardegna, mentre non abbiamo ancora testimonianze di coltivazione della vite per i periodi del Neolitico (VI-IV mill. a. C.) e Calcolitico (III mill. a. C.), sono oramai di una certa consistenza quelle relative al periodo nuragico. Le testimonianze più antiche della coltivazione della vite sono state trovate negli strati di base di uno dei due nuraghi di Duos Nuraghes di Borore e risalgono al XV-XIV sec. a.C. (Bronzo Medio tardo). I vinaccioli carbonizzati recuperati sono stati analizzati e determinati come appartenenti alla sottospecie selvatica ma ritenuti la testimonianza di una fase di avanzata domesticazione. Sono relativi ad un momento più recente (Bronzo Recente avanzato, XIII sec. a.C.) i vinaccioli non carbonizzati rinvenuti dentro uno dei pozzi dell’abitato nuragico di Sa Osa di Cabras.
Le indagini preliminari hanno consentito di identificare come appartenenti alla sottospecie coltivata di Vitis vinifera tutti gli esemplari analizzati che con tutta probabilità sono riferibili a diverse varietà di vitigni.

Oltre ai vinaccioli sono stati rinvenuti anche altri semi riferibili a fi chi, al melone, a semi di
lentisco, a frammenti di legno di fi co, a rari resti di faune terrestri e marine.
Non solo vinaccioli ma acini carbonizzati provengono dall’insediamento circostante il nuraghe Adoni di Villanovatulo, datato alle fasi iniziali del Bronzo Finale, intorno al XII secolo a.C.

Vinaccioli ancora più recenti, inquadrabili nella prima fase della prima età del ferro (IX sec. a.C.), sono stati recuperati in diversi ambienti del villaggio nuragico di Genna Maria di Villanovaforru. Nel villaggio di Genna Maria è stato scavato anche un particolare ambiente, il vano 12, con un settore separato sulla destra dell’ingresso, delimitato da lastre, circondato da un sedile, al centro del quale si trova un bacile in arenaria di grandi dimensioni posto al di sopra di un lastricato in pendenza verso una vasca in marna munita di versatoio e infossata sul pavimento.
L’atelier di Villanovaforru, simile ad altri ad esso vicini, potrebbe essere stato utilizzato per la pigiatura dell’uva e il succo ottenuto probabilmente veniva raccolto nella vasca. Un laboratorio simile è stato rinvenuto anche nel sito nuragico di Monte Zara di Monastir. Nonostante il repentino sviluppo delle ricerche sul tema della vite e del vino nella preistoria e protostoria della Sardegna, rimangono aperti una serie di problemi di non facile soluzione che saranno oggetto dello sviluppo delle indagini negli anni futuri, come per esempio quelli relativi alle origini della domesticazione. La morfometria dei vinaccioli fossili di età nuragica infatti lascia il sospetto che essa abbia avuto origine nelle culture prenuragiche.
I contenitori “da vino” si modificano e si evolvono in forme tipiche della cultura sarda: “brocche askoidi” e piccoli “askos”, di squisita fattura, in ceramica e in bronzo, caratterizzeranno il repertorio vascolare sardo fino alla prima Età del Ferro ed oltre.
L’ addomesticamento della vitis vinifera sylvestris ampiamente diffusa in Sardegna poté
avvenire, sul piano teorico, indipendentemente dall’ apporto di nuovi vitigni, ma non va
escluso che il rapporto dei Sardi con popolazioni egee e levantine, attestato da irrefutabili
documenti archeologici, sin dal Tardo Elladico III A (a partire dal 1400 a.C.), abbia comportato anche l’ arrivo nell’ isola di vitigni di area egeo-orientale.
 
Bibliografia
LA VITE E IL VINO
AL TEMPO DEI NURAGHI
Mauro Perra
Il vino in Sardegna nell’antichità
ZUCCA RAIMONDO